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Lo scritto di questa mamma, a volte caotico ma che vi invito a leggere proprio osservandone i sentimenti che fuoriescono a valanga, anche se in qualche modo propositivo cela a mio avviso una domanda semplicemente gigantesca. Talmente enorme in epoca galileiana, industriale, psicologica e informatica da essere fuori da ogni logica operativa del Mondo Occidentale.

«Che ci faccio io sul ring di mio figlio?»

Con altre (sue) parole:

«La cultura non è forse un piacere? La scuola non è forse la delizia d'imparare? Un giovane non dovrebbe essere naturalmente aperto alla vita ed alla curiosità? Un ragazzo non dovrebbe provare il piacere sempre più profondo di crescere e diventare più forte e valido? Non avevo forse un figlio che alle elementari era comunicativo e volonteroso? Contento di andare a scuola?»

E' implicito! Questa mamma non sa il perché e non riesce a darsi una qualsiasi spiegazione. È successo un poco alla volta. Ha visto chiudersi il ragazzo, l'ha visto diventare sempre più svogliato e quindi le è venuto naturale dire tante e tante volte:

«Forza! Dai! Coraggio! Su! Hai fatto i compiti? Com'è andata a scuola? Quand'è che ti interrogano? Guarda che domani vado a sentire i professori!».

Non sa il come né il perché ma alla fine si è ritrovata anche lei sul ring a combattere quotidianamente. La battaglia non è sua, d'accordo, ma lei non può scendere se no il disastro è garantito. Il suo impegno tra le corde è soltanto quello di stimolare il pugile, ma è una fatica improba.

«Attento! Schiva quel colpo! No, non così, abbassati!! No, così ne prenderai il triplo!! Ma perché?!? Cosa fai?? Guarda che arriva un'altra scarica di botte! Attento! Non voltarti!! Non fuggire, reagisci, forza!! Non limitarti a rinchiuderti! Non puoi far finta di non esserci!! Devi sferrare almeno qualche colpo... qualche colpo… qualche…»

Il figlio non combatte e lei, da quegli spalti per il pubblico da dove guardava la lotta nei primi tempi delle elementari, piano piano, anno dopo anno, preoccupata e persino sbalordita di vedere un figlio sempre più indifferente alla battaglia, si è avvicinata così tanto alle corde che alla fine si è ritrovata addirittura sul quadrato. Alle spalle del figlio, al fianco, a volte addirittura davanti, più spesso dietro. Nel caso specifico della lettera, persino di nascosto! Una situazione orribile. Ogni gancio che il figlio si prende ed ogni diretto allo stomaco per lei sono colpi dolorosi. Per forza! È suo figlio!! E quanta fatica poi! Quanto saltare, quanto gridare, quanto sorreggere, quanto sudare, quanta tristezza nell'andare a casa finito l'incontro, quante speranze per il domani…
Naturalmente è facile per i professori sorridere.

«Eh, questa mamma! Dovrebbe lasciare un po' stare quel suo benedetto figliuolo, e non andare ogni due giorni alle udienze dai professori (come saputo nella mail d'accompagnamento, un poco esagerando...). Non dovrebbe stargli sul collo in quel modo! Non dovrebbe spulciare il suo diario sempre bianco, cercando angosciosamente di scoprire quando sarà interrogato. Oramai è grande! Dovrebbe avere le parole giuste, sapergli andare attorno ma senza stressarlo, dovrebbe avvicinarlo alla cultura ma in modi più larghi, meno diretti, dovrebbe…»

Io non conosco la signora, la famiglia, il ragazzo, la scuola che frequenta, i professori, l'ambiente cittadino e posso soltanto basarmi sulla lettera. È sicuramente vero che esistono comportamenti che trasformano il piacere nel suo esatto opposto, ma la mia sensazione (cioè l'istinto, la pelle, il fiuto, l'esperienza) mi dicono che la scuola non è affatto priva di responsabilità. La scuola è infatti la parte sempre debole, quella fuori dal tempo. Costruita per dare lavoro ai professori, con tempi stabiliti da sindacati ed amministrativi, non è un'organizzazione mirata specificatamente al giovane, costruita attorno a lui, ma un ente burocratico a cui tutti dovranno semplicemente uniformarsi. Se nelle classi, ad esempio, invece che ragazzi ci fossero uomini di cinquant'anni, nulla cambierebbe nelle strutture, negli orari, nei curricoli, nelle modalità, nelle procedure... Al massimo sparirebbe la nota per mamma e papà, ma per il resto resterebbe tutto identico. La scuola, così, non dirà mai a questa mamma:

«Ehi signora!! Ma cosa fa lei qui sul ring? Guardi che siamo noi gli allenatori, siamo noi a sapere perfettamente cosa fare! Scenda immediatamente e se ne guardi bene dall'intervenire ancora! Si ricordi che se la ritroviamo qui sopra, ci arrabbieremo davvero! Ha capito? Ha capito bene?!».

Non può farlo. Costruita attorno agli stipendiati, incapace di una vera azione sul giovane, ha bisogno di tutti gli altri adulti non stipendiati. Così bela l'aiuto dei genitori, implora l'aiuto dai genitori, si affida ai genitori, ha bisogno dei genitori, pretende dai genitori, si incavola con i genitori, si lamenta con i genitori, allarga le braccia davanti ai genitori, auspica che i genitori…
Non essendo costruita attorno al giovane, con addirittura il 50 % del puro lavoro di apprendimento al di fuori dall'ambiente scolastico (studi e compiti), priva di potenza didattica galileiana in ascesa, impiegatizia fino al midollo, completamente assente in termini di competenze psicologiche, la scuola non soltanto ha bisogno dei genitori ma neppure - orrore! - sa in quali esatti termini utilizzarli. Non sa cioè cosa dir loro. In pratica, non è nemmeno costruita attorno ai genitori, ma proprio e soltanto attorno agli stipendiati.
Anche ammesso che la signora in questione possa avere inconsciamente adottato dei comportamenti in grado di innescare nel figlio una repulsione allo studio (situazioni che a volte partono da faccende infinitesimali) la scuola non sarebbe mai stata in grado di indirizzarla diversamente. Mai avrebbe saputo cogliere il momento in cui qualcosa stava prendendo una brutta piega, aiutando così la madre. La scuola è una organizzazione di impiegati. Se un cittadino ha un parente all'ospedale, i medici che vivono in un ambiente galileiano da quattrocento anni sanno perfettamente cosa richiedere e proibire alla famiglia:

«Potete stargli vicino, ma non dategli niente da mangiare. Se vi chiede da bere, non più di mezzo bicchiere d'acqua ogni due ore. Se notate che gli aghi delle flebo non funzionano non toccate assolutamente nulla e limitatevi a chiamare l'infermiera. Anche se vi chiede di muoverlo non toccatelo. Solo le infermiere sanno come va girato un paziente operato al ventre. Volete passare qui la notte? Fate pure, ma non più di una persona per volta nella stanza».

No. La scuola dirà invece tutto ed il contrario di tutto, come se il "paziente" fosse in un ospedale dei tempi di Ippocrate:

«Beh, caro genitore! Lei dovrebbe seguire seguire il ragazzo, ma senza però seguirlo troppo, senza cioè stargli sul collo, però senza nemmeno rinunciare ad essere vigile, controllando cioè i quaderni e il diario, ma senza però i modi del Carabiniere, o meglio, usando proprio i modi del Carabiniere, sempre cortesi, ma restando anche un amico del figlio e non quindi un formale inquisitore, dandogli cioè fiducia, ma senza però rinunciare ad un ruolo vigilante. Circa i compiti e lo studio non dovrebbe farli con lui, ma nemmeno lasciarlo solo, però costringendolo se non vuole, ma senza realmente reprimere la sua volontà ed entusiasmo…».

Gli psicologi, oggi, quando ad esempio sono chiamati ad intervenire su dei giovani che hanno il rifiuto del cibo, sanno perfettamente cosa dire ai genitori. "Fate così, poi così e quindi cosà!". Direttive precisissime e ferree. Però hanno percentuali enormi di guarigione ed in tempi a volte così rapidi da essere persino sbalorditivi. Ma la scuola cosa può dire a dei genitori disperati per il figlio che ha il rifiuto dello studio? Niente, assolutamente niente. Soltanto delle parole generiche. Ancora oggi, tanto per dirne una, i genitori non sanno cosa sia nemmeno quel famoso ed importantissimo metodo di studio di cui sentono parlare da decenni in tutti i Consigli di Classe.

Così...

Così la nostra gentile signora si è ritrovata nella stessa identica situazione in cui ci ritroveremmo tutti se i medici del nostro ospedale non vivessero in epoca galileiana ma nei lontani tempi di Ippocrate. Siccome il parente non guarisce e nemmeno i medici sanno perché (parlano di umori sottili, di umori della bile, di umori neri e di umori bianchi ma non cavano un ragno dal buco) cominceremmo a provare qui e provare là. Portato via il nostro parente da quell'ospedale andremmo dai maghi, dalle fattucchiere, in qualche santuario, a prendere l'acqua della fontana miracolosa... In totale assenza di professionisti, quindi, questa mamma prova.

«Proviamo…»

Proviamo a scrivere una lettera ai professori, proviamo a vedere se la leggono, proviamo a minacciare il figlio di mandarlo a lavorare, proviamo a parlare con quel professore che sembra ascoltare più degli altri, proviamo a indagare sulle interrogazioni del ragazzo, proviamo a fare finta che non sappiamo nulla, proviamo a fingere che addirittura ce ne disinteresseremo, proviamo a leggere dei testi sulla demotivazione scolastica, proviamo a metterci sotto esame, proviamo a far passare i siti di altri genitori con figli a scuola, proviamo…
Dunque,
alla domanda iniziale:

«Che ci faccio io sul ring di mio figlio?»

domanda sotterranea ma colossale, si risponde così:

«Sono sul ring perché voi professori siete degli impiegati pregalileiani e il novantanove per cento dei problemi resta così sulle mie spalle. Siete come dei medici antichi, che avevano pieno successo soltanto quando la gente era già sana di suo o guariva spontaneamente per motivi ignoti a tutti».

Dunque, le colpe della mamma saranno infinite, ma quelle della scuola, anche se soltanto due, sono micidiali:

  1. La scuola è un sistema costruito attorno a degli stipendiati e non attorno ai giovani.
  2. Funziona in ambito pregalileiano.

Niente di nuovo sotto il sole? Beh! L'avevo già scritto sette anni fa.

AVANTI